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#pensiamocisu: "Il coraggio di essere responsabili"

 

 “La libertà significa responsabilità: ecco perché molti la temono”

(G.B.Shaw)

 

La domanda si ripropone con sorprendente quotidianità ogni qualvolta ci imbattiamo in qualche cosa che non ci piace: di chi è la responsabilità delle scelte? Di chi le compie, ovviamente. Almeno nella teoria questo assunto ci è chiarissimo e richiama ad un obiettivo imprescindibile nella formazione di un individuo. Presuppone consapevolezza nell'accettazione dell'esito delle proprie azioni, di chi si è e di chi si vuole diventare. E forse per questo è la risposta più scontata, quella a cui educhiamo figli e discenti, quella che ricordiamo ai nostri compagni di lavoro e di vita.

Ma quanto di questa risposta siamo davvero disposti ad accettare quando le nostre scelte rivelano punti di arrivo diversi da quelli sperati?

Ognuno di noi riconosce il libero arbitrio come il dono più grande fatto all'uomo. Dante ne fa uno dei nuclei fondanti del suo messaggio di conversione e non a caso affida al canto centrale della Commedia, il sedicesimo del Purgatorio, la dissertazione sulla responsabilità dell'uomo nel suo percorso di vita: diversamente non ci sarebbe merito per il bene compiuto né colpa per il male commesso.

Eppure, fin da bambini, cerchiamo di assolverci dai nostri errori invocando scenari diversi che ci manlevino dalle nostre responsabilità: il vasetto di marmellata era stato lasciato incautamente sul tavolo e per questo ne abbiamo fatto indigestione, l'insegnante era di cattivo umore e per questo ci ha chiesto proprio quello che non sapevamo...e gli esempi potrebbero continuare all'infinito. Anche nel mondo degli adulti, purtroppo. E' sorprendente osservare che esegeti raffinati siamo capaci di essere pur di perdonarci.

E così ci ritroviamo costantemente impegnati nel tentativo di espiare le nostre colpe attraverso le mancanze altrui. Se qualcosa è sbagliato nella realtà che ci circonda è perché le leggi lo sono o perché non sono sufficienti o perché non sono efficaci.

Ma, perdonatemi se scomodo ancora il Sommo poeta, ma persino a lui, oltre settecento anni fa, era chiaro  che “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?” , anticipando con la sua consueta e straordinaria lungimiranza un quesito che rimane ancora sospeso nell'immaginario collettivo, un punto interrogativo di scomoda attualità. Ma soprattutto richiamandoci al ruolo attivo e responsabile di ognuno di noi nel conseguimento del bene di tutti. 

Il suo grido di dolore e di rabbia era anche un grido di speranza che oggi possiamo fare nostro.

Abbiamo bisogno di altre regole, di altri paletti per saper ciò che è giusto e ciò che non lo è? O non sarebbe sufficiente ricordarci, prima di riempire di false giustificazioni le nostre coscienze e le nostre azioni e, cosa ancor più grave, quelle dei nostri figli, che l'obiettivo forse più alto e formativo per l'individuo è l'indipendenza intellettuale e che essa si consegue con la conoscenza e l'intelligenza del cuore?

Un obiettivo così imperativo da aver messo d'accordo Dante e il poeta libanese Gibran.

Con buona pace dei secoli e delle culture che li separano.

 

Anna Fondi




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